Bel tempo, affitti abbordabili e una florida comunità artistica. Linda Yablonsky su Bloomberg.com ci spiega perché Los Angeles non è solo spiagge, yoga e studios hollywoodiani. Sempre più artisti, terminati gli studi, scelgono di restare nella capitale californiana, dove le opportunità sono in continua crescita e il costo della vita decisamente più economico che a New York. Grazie a una continua migrazione di gallerie, dealer e curatori, al giorno d’oggi a Los Angeles, per un giovane diplomato in Fine Art è più facile trovare un’occupazione senza doversi trasferire. Fino a poco tempo fa gli artisti, una volta formati, si spostavano in gran parte a New York. Ma una recente statistica del Census Bureau riporta una notevole inversione di tendenza: negli ultimi anni per ogni artista che ha deciso di lasciare la città ne sono arrivati altri due.
Los Angeles ha sofferto per lungo tempo la mancanza di un distretto culturale. Ora non c’è ne uno soltanto ma molti: la downtown, dove un florido gruppo di gallerie opera in quello che fino a poco tempo fa era un villaggio fantasma dopo le cinque del pomeriggio; Santa Monica e l’ex-area industriale di Culver City.
La formula vincente delle gallerie private è stata quella di coniugare la freschezza creativa delle opere proposte e un ottimo rapporto dei costi, con prezzi sotto i 10.000 $ sia per i giovani artisti che per quelli a “metà carriera”.
I galleristi stanno lavorando per valorizzare le peculiarità dell’arte west-side, che si distingue soprattutto per l’elaborata sofisticazione del suo linguaggio formale. Secondo Tara Sandroni, partner della Sandroni-Rey di Culver City, “Se hai una galleria a Los Angeles è perché vuoi sperimentare”.
La città è diventata anche un importante centro per le arti performative. La sua Orchestra Filarmonica è una delle più attive degli Stati Uniti e ha recentemente guadagnato nuovo fascino traslocando nel Disney Hall di Grand Avenue, progettato nel 2003 da Frank Gehry. Anche il boom del settore televisivo e cinematografico sta creando nuove opportunità per le arti visive. L’alleanza tra Hollywood e il sistema delle arti visive è stata fortemente favorita dall’arrivo di Michael Govan alla direzione del Los Angeles County Museum of Art. Govan ha incluso nel consiglio di amministrazione del museo Barbra Straisand e Michael Crichton, e ha stretto alleanze con funzionari della Warner Brothers e della Disney.
Anche il New York Times si è recentemente occupato della rinascita culturale di Los Angeles, additando in Eli Broad il suo principale animatore. E finanziatore. Broad che ha donato negli ultimi due anni oltre 10 milioni di dollari a istituzioni culturali cittadine, sta costruendosi un museo che gli è costato nientemeno che 60 milioni di dollari. Presidente fondatore del Museo d’Arte Contemporanea, membro del consiglio di amministrazione del Los Angeles County Museum of Art, Broad ha recentemente contribuito alla produzione dell’intero “ciclo dell’anello” wagneriano presentato all’Opera di Los Angeles. Insieme ad altri ricchi cittadini sta intensificando gli investimenti nel distretto commerciale e culturale della downtown, uno sforzo che include la costruzione di hotel, ristoranti, negozi e centri d’intrattenimento. Il sindaco Antonio R. Villaraigosa è convinto che si debba ancora lavorare per accrescere il turismo culturale (2,5 milioni di persone l’anno contro i 10-15 di New York, Londra e Parigi) favorendo le partnership tra pubblico e privato.
Ma gli ingenti investimenti privati non sempre sono andati a beneficio della collettività. Molte critiche sono state rivolte a Eli Broad per aver quasi monopolizzato il mercato culturale, ma specialmente per la sua devozione alla downtown che lo ha portato a ignorare completamente la riqualificazione di quartieri come quello ispanico e afroamericano. In molti poi si chiedono perché un multimilionario vada in giro a fare la colletta per finanziare musei in cui compare come membro del consiglio di amministrazione.
Luca Vona
mercoledì 8 agosto 2007
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